Amos, 5, 18-24
18 Guai a coloro che attendono il giorno del Signore!Che sarà per voi il giorno del Signore?Sarà tenebre e non luce.19 Come quando uno fugge davanti al leonee s’imbatte in un orso;entra in casa, appoggia la mano sul muroe un serpente lo morde.20 Non sarà forse tenebra e non luceil giorno del Signore,e oscurità senza splendore alcuno?21 Io detesto, respingo le vostre festee non gradisco le vostre riunioni;22 anche se voi mi offrite olocausti,io non gradisco i vostri donie le vittime grasse come pacificazioneio non le guardo.23 Lontano da me il frastuono dei tuoi canti:il suono delle tue arpe non posso sentirlo!24 Piuttosto scorra come acqua il dirittoe la giustizia come un torrente perenne.

Amos, 5, 18-24

18 Guai a coloro che attendono il giorno del Signore!
Che sarà per voi il giorno del Signore?
Sarà tenebre e non luce.
19 Come quando uno fugge davanti al leone
e s’imbatte in un orso;
entra in casa, appoggia la mano sul muro
e un serpente lo morde.
20 Non sarà forse tenebra e non luce
il giorno del Signore,
e oscurità senza splendore alcuno?
21 Io detesto, respingo le vostre feste
e non gradisco le vostre riunioni;
22 anche se voi mi offrite olocausti,
io non gradisco i vostri doni
e le vittime grasse come pacificazione
io non le guardo.
23 Lontano da me il frastuono dei tuoi canti:
il suono delle tue arpe non posso sentirlo!
24 Piuttosto scorra come acqua il diritto
e la giustizia come un torrente perenne.

Tags: Amos

Cormac McCarthy, Suttree, Einaudi, 2009
Risalì Market Street e poi la collina verso Vine Avenue e il dormitorio pubblico a mezzo dollaro che c’era lì, vecchi mattoni anneriti e tetto mansardato a due falde coperto di ardesia a squame di pesce. Cercò un campanello ma c’erano solo i fili che penzolavano da un buco, per cui bussò sul vetro della finestra. Che cedette facilmente e senza un rumore nella sua intelaiatura di piombo. Bussò alla porta. Dopo un istante provò a girare il pomello. La porta non era chiusa a chiave ed entrò. In un corridoio stretto e gelido. Chiuse la porta e avanzò nella penombra gridando C’è nessuno. Non c’era nessuno. Si fermò davanti al pilastro a tortiglione della ringhiera e alzò lo sguardo verso la rampa di scale buia e fredda. Tese l’orecchio. Una voce nasale.
Qualcuno sputò. Tornò sui propri passi lungo il corridoio e aprì una porta. Su una sala piena di derelitti. Sembrava il focolaio di una rivolta geriatrica, con quell’assemblea di relitti umani sulle loro sedie sbilenche riuniti attorno a una stufa di ghisa, vecchi grigiastri accucciati accanto a quella fonte di calore nella stanza spoglia, che annuivano e borbottavano e scaracchiavano grumi di saliva intrisa di polvere e sangue sulla ghisa incandescente dove sfrigolava mandando un odore cattivo. Il cenciaiolo era rannicchiato in un angolo dell’antico focolare alle spalle della stufa.
Suttree lo vide alzare lo sguardo, occhi incapaci di vedere lontano. Il cenciaiolo non seppe chi era entrato finché Suttree non pronunciò il suo nome.
Chi è?, disse, stirando il collo e alzando lo sguardo.
Sono Suttree.
Ah, disse il cenciaiolo.
Suttree sorrise. Nella stanza aleggiava un odore caldo di lerciume attraversato da miasmi di urina.
Che cosa fai?
Faccio muffa. E tu?
Mi congelo.
Questo è solo l’inizio. Il fiume gelerà da cima a fondo. Faresti meglio a ritirare le lenze. Che sennò il ghiaccio te le spezza. Poi hai voglia a ritrovarle. E non sarebbe la prima volta. Fidati.
Suttree si accovacciò e tese le mani verso la stufa. Un uomo con la faccia color malva come quelle dei morti lo guardava dalla sua sedia.
Da quanto tempo sei qua?, chiese Suttree.
Due giorni.
Suttree si guardò intorno. Faccia malva fissava un buco nel pavimento. Dal suo labbro inferiore pendeva un filo di bava tremolante che aveva quasi raggiunto la scarpa.
Quanto pensi di rimanerci?
Il cenciaiolo scrollò le sue spalle da poiana. Finché farà freddo. Non me ne importa un accidente. Se solo potessi morire, allora sì che starei meglio.
Suttree non raccolse. Conosceva la solfa. In quanti siete qua dentro?, chiese.
Il cenciaiolo agitò una mano. Non ne ho idea. Quelli che vedi, immagino. Che io sappia questo è l’unico posto caldo della casa.
Dove sono le stanze, di sopra?
Sì, di sopra. I letti sono tutti andati.
Faccia malva aveva ascoltato la conversazione. Quello di Cecil no, disse.
Quello di Cecil no. D’accordo.
Chi è Cecil?
Il vecchio Cecil. È morto.
Ah.
Non è morto nel letto, però.
E dov’è morto?
In città. Era troppo sbronzo per tornare e poi credo che sia svenuto. Era congelato, dicono. Insomma, boh.
È gelato, confermò Faccia malva. Vecchio Cecil.
Cecil è gelato.
Vecchio Cecil è gelato fino all’ultima ruga
Più duro del guscio di una tartaruga
E sì che calore nel corpo ne aveva
Da distillarci Aqua Fortis con quel che beveva
Suttree fece segno che non voleva sentire. La compagnia stava discutendo di Cecil.
Erano tutti d’accordo che il giorno in cui era morto faceva freddo. Ma oggi era più freddo ancora. Più freddo del culo di uno scavatore di pozzi, disse uno. E un altro: Più freddo delle poppe di una megera. Della fica di una suora, aggiunse un terzo. Il Venerdì Santo.
Suttree si chinò a toccare il braccio del vecchio. Un cappotto dai gomiti smangiati.
Il cenciaiolo si svegliò di soprassalto e gli piantò addosso un occhio torvo e arrossato.
Con chi devo parlare per una stanza?
Non è qui adesso.
Sono cinquanta centesimi, giusto?
Cinquanta a notte, sì. Se la prendi per una settimana il prezzo scende. Due e cinquanta. Se ce li hai. Problemi a casa? Ti avranno mica buttato fuori?
È per qualcun altro.
Allora muoviti a dirgli di venire. Con questo tempo. Mica puoi aspettarti che ne muoia uno al giorno.
Quando torna il tizio?
E chi lo sa.
Posso dare un’occhiata di sopra?
Dove ti pare, tanto non c’è.
Hai bisogno di qualcosa?
Ho bisogno di tutto.
Suttree si alzò.
Porta qualcosa da mettere in pentola, disse il cenciaiolo, e potrai mangiare con noi.
Fece un gesto con una mano livida attorcigliata in un resto di calzino. Un secchio di strutto borbottava sull’unica bocca della stufa di ghisa e una tortiera zavorrata con una pietra si aprì su un lato come la sottile mandibola di una rana, eruttò uno sbuffo di vapore e si richiuse con un rumore secco.
Vedrò quello che posso fare, disse Suttree. Girò intorno a quei vecchi andati a male e agli altri rimbambiti zuppi di rum e salì al piano di sopra.
Da una finestra in fondo al corridoio pioveva una luce velata. Le porte erano state tutte sfilate dai cardini e portate via. Suttree sbirciò in un vecchio boudoir con dei materassi lungo le pareti. Coperte militari grigie a brandelli. Un omino pelle e ossa accucciato in un angolo vicino alla finestra si stava masturbando. Non staccò gli occhi da Suttree e continuò a strapazzarsi l’uccello moscio e bargigliuto. Nella stanza faceva un freddo cane. Suttree girò i tacchi e tornò di sotto.

Cormac McCarthy, Suttree, Einaudi, 2009

Risalì Market Street e poi la collina verso Vine Avenue e il dormitorio pubblico a mezzo dollaro che c’era lì, vecchi mattoni anneriti e tetto mansardato a due falde coperto di ardesia a squame di pesce. Cercò un campanello ma c’erano solo i fili che penzolavano da un buco, per cui bussò sul vetro della finestra. Che cedette facilmente e senza un rumore nella sua intelaiatura di piombo. Bussò alla porta. Dopo un istante provò a girare il pomello. La porta non era chiusa a chiave ed entrò. In un corridoio stretto e gelido. Chiuse la porta e avanzò nella penombra gridando C’è nessuno. Non c’era nessuno. Si fermò davanti al pilastro a tortiglione della ringhiera e alzò lo sguardo verso la rampa di scale buia e fredda. Tese l’orecchio. Una voce nasale.

Qualcuno sputò. Tornò sui propri passi lungo il corridoio e aprì una porta. Su una sala piena di derelitti. Sembrava il focolaio di una rivolta geriatrica, con quell’assemblea di relitti umani sulle loro sedie sbilenche riuniti attorno a una stufa di ghisa, vecchi grigiastri accucciati accanto a quella fonte di calore nella stanza spoglia, che annuivano e borbottavano e scaracchiavano grumi di saliva intrisa di polvere e sangue sulla ghisa incandescente dove sfrigolava mandando un odore cattivo. Il cenciaiolo era rannicchiato in un angolo dell’antico focolare alle spalle della stufa.

Suttree lo vide alzare lo sguardo, occhi incapaci di vedere lontano. Il cenciaiolo non seppe chi era entrato finché Suttree non pronunciò il suo nome.

Chi è?, disse, stirando il collo e alzando lo sguardo.

Sono Suttree.

Ah, disse il cenciaiolo.

Suttree sorrise. Nella stanza aleggiava un odore caldo di lerciume attraversato da miasmi di urina.

Che cosa fai?

Faccio muffa. E tu?

Mi congelo.

Questo è solo l’inizio. Il fiume gelerà da cima a fondo. Faresti meglio a ritirare le lenze. Che sennò il ghiaccio te le spezza. Poi hai voglia a ritrovarle. E non sarebbe la prima volta. Fidati.

Suttree si accovacciò e tese le mani verso la stufa. Un uomo con la faccia color malva come quelle dei morti lo guardava dalla sua sedia.

Da quanto tempo sei qua?, chiese Suttree.

Due giorni.

Suttree si guardò intorno. Faccia malva fissava un buco nel pavimento. Dal suo labbro inferiore pendeva un filo di bava tremolante che aveva quasi raggiunto la scarpa.

Quanto pensi di rimanerci?

Il cenciaiolo scrollò le sue spalle da poiana. Finché farà freddo. Non me ne importa un accidente. Se solo potessi morire, allora sì che starei meglio.

Suttree non raccolse. Conosceva la solfa. In quanti siete qua dentro?, chiese.

Il cenciaiolo agitò una mano. Non ne ho idea. Quelli che vedi, immagino. Che io sappia questo è l’unico posto caldo della casa.

Dove sono le stanze, di sopra?

Sì, di sopra. I letti sono tutti andati.

Faccia malva aveva ascoltato la conversazione. Quello di Cecil no, disse.

Quello di Cecil no. D’accordo.

Chi è Cecil?

Il vecchio Cecil. È morto.

Ah.

Non è morto nel letto, però.

E dov’è morto?

In città. Era troppo sbronzo per tornare e poi credo che sia svenuto. Era congelato, dicono. Insomma, boh.

È gelato, confermò Faccia malva. Vecchio Cecil.

Cecil è gelato.

Vecchio Cecil è gelato fino all’ultima ruga

Più duro del guscio di una tartaruga

E sì che calore nel corpo ne aveva

Da distillarci Aqua Fortis con quel che beveva

Suttree fece segno che non voleva sentire. La compagnia stava discutendo di Cecil.

Erano tutti d’accordo che il giorno in cui era morto faceva freddo. Ma oggi era più freddo ancora. Più freddo del culo di uno scavatore di pozzi, disse uno. E un altro: Più freddo delle poppe di una megera. Della fica di una suora, aggiunse un terzo. Il Venerdì Santo.

Suttree si chinò a toccare il braccio del vecchio. Un cappotto dai gomiti smangiati.

Il cenciaiolo si svegliò di soprassalto e gli piantò addosso un occhio torvo e arrossato.

Con chi devo parlare per una stanza?

Non è qui adesso.

Sono cinquanta centesimi, giusto?

Cinquanta a notte, sì. Se la prendi per una settimana il prezzo scende. Due e cinquanta. Se ce li hai. Problemi a casa? Ti avranno mica buttato fuori?

È per qualcun altro.

Allora muoviti a dirgli di venire. Con questo tempo. Mica puoi aspettarti che ne muoia uno al giorno.

Quando torna il tizio?

E chi lo sa.

Posso dare un’occhiata di sopra?

Dove ti pare, tanto non c’è.

Hai bisogno di qualcosa?

Ho bisogno di tutto.

Suttree si alzò.

Porta qualcosa da mettere in pentola, disse il cenciaiolo, e potrai mangiare con noi.

Fece un gesto con una mano livida attorcigliata in un resto di calzino. Un secchio di strutto borbottava sull’unica bocca della stufa di ghisa e una tortiera zavorrata con una pietra si aprì su un lato come la sottile mandibola di una rana, eruttò uno sbuffo di vapore e si richiuse con un rumore secco.

Vedrò quello che posso fare, disse Suttree. Girò intorno a quei vecchi andati a male e agli altri rimbambiti zuppi di rum e salì al piano di sopra.

Da una finestra in fondo al corridoio pioveva una luce velata. Le porte erano state tutte sfilate dai cardini e portate via. Suttree sbirciò in un vecchio boudoir con dei materassi lungo le pareti. Coperte militari grigie a brandelli. Un omino pelle e ossa accucciato in un angolo vicino alla finestra si stava masturbando. Non staccò gli occhi da Suttree e continuò a strapazzarsi l’uccello moscio e bargigliuto. Nella stanza faceva un freddo cane. Suttree girò i tacchi e tornò di sotto.

Giorgio Caproni  (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990)
Perch’io
…perch’io, che nella notte abito solo,anch’io, di notte, strusciando un cerinosul muro, accendo cauto una candelabianca nella mia mente - apro una velatimida nella tenebra, e il penninostrusciando che mi scricchiola, anch’io scrivoe riscrivo in silenzio e a lungo il piantoche mi bagna la mente…

Giorgio Caproni  (Livorno7 gennaio 1912Roma22 gennaio 1990)

Perch’io

…perch’io, che nella notte abito solo,
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
bianca nella mia mente - apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
che mi bagna la mente…

Tags: Caproni Poesia

Nick Cave - Into my arms

I don’t believe in an interventionist God
But I know, darling, that you do
But if I did I would kneel down and ask Him
Not to intervene when it came to you
Not to touch a hair on your head
To leave you as you are
And if He felt He had to direct you
Then direct you into my arms
Into my arms, O Lord, into my arms
Into my arms, O Lord, into my arms
Into my arms, O Lord, into my arms
Into my arms, O Lord, into my arms
Into my arms, O Lord, into my arms
Into my arms, O Lord, into my arms
And I don’t believe in the existence of angels
But looking at you I wonder if that’s true
But if I did I would summon them together
And ask them to watch over you
To each burn a candle for you
To make bright and clear your path
And to walk,like Christ, in grace and love
And guide you into my arms
Into my arms, O Lord, into my arms
Into my arms, O Lord, into my arms
But I believe in Love
And I know that you do too
And I believe in some kind of path
That we can walk down, me and you
So keep your candles burning
And make her journey bright and pure
That she will keep returning
Always and evermore
Into my arms, O Lord, into my arms
Into my arms, O Lord, into my arms
Into my arms, O Lord, into my arms

Tags: Nick Cave

Vito Mancuso
“C’è una modalità di rifiutare a priori il potere dell’istituzione che è a sua volta un esserne succubi, una forma dell’anima del tutto speculare a quella di chi si assoggetta a priori al potere. Che lo si ami sopra ogni cosa o che lo si odi sopra ogni cosa, in un caso e nell’altro è sempre il potere a condizionare l’agire. E io ritengo che è proprio dall’attrazione del potere che occorre liberarsi. Almeno per chi vuole ispirarsi alle beatitudini.”
 da Disputa su Dio e dintorni di Corrado Augias – Vito Mancuso, Mondadori, 2009

Vito Mancuso

“C’è una modalità di rifiutare a priori il potere dell’istituzione che è a sua volta un esserne succubi, una forma dell’anima del tutto speculare a quella di chi si assoggetta a priori al potere. Che lo si ami sopra ogni cosa o che lo si odi sopra ogni cosa, in un caso e nell’altro è sempre il potere a condizionare l’agire. E io ritengo che è proprio dall’attrazione del potere che occorre liberarsi. Almeno per chi vuole ispirarsi alle beatitudini.”

 da Disputa su Dio e dintorni di Corrado Augias – Vito Mancuso, Mondadori, 2009

Tags: Mancuso

Dietrich Bonhoeffer
“Il disprezzo del mondo si trasforma in soggezione al mondo; per disprezzo del mondo si rinuncia a cambiarlo e con ciò si finisce per sostenerlo.”

Dietrich Bonhoeffer

“Il disprezzo del mondo si trasforma in soggezione al mondo; per disprezzo del mondo si rinuncia a cambiarlo e con ciò si finisce per sostenerlo.”

Tags: Bonhoeffer

Farò venire oro anziché bronzo,
farò venire argento anziché ferro,
bronzo anziché legno,
ferro anziché pietre.
Costituirò tuo sovrano la pace,
tuo governatore la giustizia.
Non si sentirà più parlare di prepotenza nel tuo paese,
di devastazione e di distruzione entro i tuoi confini.
Tu chiamerai salvezza le tue mura
e gloria le tue porte.
Il sole non sarà più la tua luce di giorno,
né ti illuminerà più
il chiarore della luna.
Ma il Signore sarà per te luce eterna,
il tuo Dio sarà il tuo splendore.
Il tuo sole non tramonterà più
né la tua luna si dileguerà,
perché il Signore sarà per te luce eterna;
saranno finiti i giorni del tuo lutto.
Il tuo popolo sarà tutto di giusti,
per sempre avranno in possesso la terra,
germogli delle piantagioni del Signore,
lavoro delle sue mani per mostrare la sua gloria.
Il piccolo diventerà un migliaio,
il minimo un immenso popolo;
io sono il Signore:
a suo tempo, farò ciò speditamente.

Isaia, 60, 17-20

Farò venire oro anziché bronzo,
farò venire argento anziché ferro,
bronzo anziché legno,
ferro anziché pietre.
Costituirò tuo sovrano la pace,
tuo governatore la giustizia.
Non si sentirà più parlare di prepotenza nel tuo paese,
di devastazione e di distruzione entro i tuoi confini.
Tu chiamerai salvezza le tue mura
e gloria le tue porte.
Il sole non sarà più la tua luce di giorno,
né ti illuminerà più
il chiarore della luna.
Ma il Signore sarà per te luce eterna,
il tuo Dio sarà il tuo splendore.
Il tuo sole non tramonterà più
né la tua luna si dileguerà,
perché il Signore sarà per te luce eterna;
saranno finiti i giorni del tuo lutto.
Il tuo popolo sarà tutto di giusti,
per sempre avranno in possesso la terra,
germogli delle piantagioni del Signore,
lavoro delle sue mani per mostrare la sua gloria.
Il piccolo diventerà un migliaio,
il minimo un immenso popolo;
io sono il Signore:
a suo tempo, farò ciò speditamente.
Isaia, 60, 17-20

Tags: Isaia

"Smile, breathe and go slowly."

Thich Nhat Hanh, Zen Buddhist monk

Si scioglie lentamente la morsa del gelo. on Flickr.Si scioglie lentamente la morsa del gelo.

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Taglio di fiato on Flickr.Taglio di fiato

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