Cormac McCarthy, Suttree, Einaudi, 2009
Risalì Market Street e poi la collina verso Vine Avenue e il dormitorio pubblico a mezzo dollaro che c’era lì, vecchi mattoni anneriti e tetto mansardato a due falde coperto di ardesia a squame di pesce. Cercò un campanello ma c’erano solo i fili che penzolavano da un buco, per cui bussò sul vetro della finestra. Che cedette facilmente e senza un rumore nella sua intelaiatura di piombo. Bussò alla porta. Dopo un istante provò a girare il pomello. La porta non era chiusa a chiave ed entrò. In un corridoio stretto e gelido. Chiuse la porta e avanzò nella penombra gridando C’è nessuno. Non c’era nessuno. Si fermò davanti al pilastro a tortiglione della ringhiera e alzò lo sguardo verso la rampa di scale buia e fredda. Tese l’orecchio. Una voce nasale.
Qualcuno sputò. Tornò sui propri passi lungo il corridoio e aprì una porta. Su una sala piena di derelitti. Sembrava il focolaio di una rivolta geriatrica, con quell’assemblea di relitti umani sulle loro sedie sbilenche riuniti attorno a una stufa di ghisa, vecchi grigiastri accucciati accanto a quella fonte di calore nella stanza spoglia, che annuivano e borbottavano e scaracchiavano grumi di saliva intrisa di polvere e sangue sulla ghisa incandescente dove sfrigolava mandando un odore cattivo. Il cenciaiolo era rannicchiato in un angolo dell’antico focolare alle spalle della stufa.
Suttree lo vide alzare lo sguardo, occhi incapaci di vedere lontano. Il cenciaiolo non seppe chi era entrato finché Suttree non pronunciò il suo nome.
Chi è?, disse, stirando il collo e alzando lo sguardo.
Sono Suttree.
Ah, disse il cenciaiolo.
Suttree sorrise. Nella stanza aleggiava un odore caldo di lerciume attraversato da miasmi di urina.
Che cosa fai?
Faccio muffa. E tu?
Mi congelo.
Questo è solo l’inizio. Il fiume gelerà da cima a fondo. Faresti meglio a ritirare le lenze. Che sennò il ghiaccio te le spezza. Poi hai voglia a ritrovarle. E non sarebbe la prima volta. Fidati.
Suttree si accovacciò e tese le mani verso la stufa. Un uomo con la faccia color malva come quelle dei morti lo guardava dalla sua sedia.
Da quanto tempo sei qua?, chiese Suttree.
Due giorni.
Suttree si guardò intorno. Faccia malva fissava un buco nel pavimento. Dal suo labbro inferiore pendeva un filo di bava tremolante che aveva quasi raggiunto la scarpa.
Quanto pensi di rimanerci?
Il cenciaiolo scrollò le sue spalle da poiana. Finché farà freddo. Non me ne importa un accidente. Se solo potessi morire, allora sì che starei meglio.
Suttree non raccolse. Conosceva la solfa. In quanti siete qua dentro?, chiese.
Il cenciaiolo agitò una mano. Non ne ho idea. Quelli che vedi, immagino. Che io sappia questo è l’unico posto caldo della casa.
Dove sono le stanze, di sopra?
Sì, di sopra. I letti sono tutti andati.
Faccia malva aveva ascoltato la conversazione. Quello di Cecil no, disse.
Quello di Cecil no. D’accordo.
Chi è Cecil?
Il vecchio Cecil. È morto.
Ah.
Non è morto nel letto, però.
E dov’è morto?
In città. Era troppo sbronzo per tornare e poi credo che sia svenuto. Era congelato, dicono. Insomma, boh.
È gelato, confermò Faccia malva. Vecchio Cecil.
Cecil è gelato.
Vecchio Cecil è gelato fino all’ultima ruga
Più duro del guscio di una tartaruga
E sì che calore nel corpo ne aveva
Da distillarci Aqua Fortis con quel che beveva
Suttree fece segno che non voleva sentire. La compagnia stava discutendo di Cecil.
Erano tutti d’accordo che il giorno in cui era morto faceva freddo. Ma oggi era più freddo ancora. Più freddo del culo di uno scavatore di pozzi, disse uno. E un altro: Più freddo delle poppe di una megera. Della fica di una suora, aggiunse un terzo. Il Venerdì Santo.
Suttree si chinò a toccare il braccio del vecchio. Un cappotto dai gomiti smangiati.
Il cenciaiolo si svegliò di soprassalto e gli piantò addosso un occhio torvo e arrossato.
Con chi devo parlare per una stanza?
Non è qui adesso.
Sono cinquanta centesimi, giusto?
Cinquanta a notte, sì. Se la prendi per una settimana il prezzo scende. Due e cinquanta. Se ce li hai. Problemi a casa? Ti avranno mica buttato fuori?
È per qualcun altro.
Allora muoviti a dirgli di venire. Con questo tempo. Mica puoi aspettarti che ne muoia uno al giorno.
Quando torna il tizio?
E chi lo sa.
Posso dare un’occhiata di sopra?
Dove ti pare, tanto non c’è.
Hai bisogno di qualcosa?
Ho bisogno di tutto.
Suttree si alzò.
Porta qualcosa da mettere in pentola, disse il cenciaiolo, e potrai mangiare con noi.
Fece un gesto con una mano livida attorcigliata in un resto di calzino. Un secchio di strutto borbottava sull’unica bocca della stufa di ghisa e una tortiera zavorrata con una pietra si aprì su un lato come la sottile mandibola di una rana, eruttò uno sbuffo di vapore e si richiuse con un rumore secco.
Vedrò quello che posso fare, disse Suttree. Girò intorno a quei vecchi andati a male e agli altri rimbambiti zuppi di rum e salì al piano di sopra.
Da una finestra in fondo al corridoio pioveva una luce velata. Le porte erano state tutte sfilate dai cardini e portate via. Suttree sbirciò in un vecchio boudoir con dei materassi lungo le pareti. Coperte militari grigie a brandelli. Un omino pelle e ossa accucciato in un angolo vicino alla finestra si stava masturbando. Non staccò gli occhi da Suttree e continuò a strapazzarsi l’uccello moscio e bargigliuto. Nella stanza faceva un freddo cane. Suttree girò i tacchi e tornò di sotto.